Murray era nuovo alla Hill e aveva spalle curve, occhialetti rotondi e barba alla Amish. Era visiting professor di icone viventi e sembrava imbarazzato da ciò che era andato a spigolare in quegli anni dai suoi colleghi di cultura popolare.
– Capisco la musica, capisco i film, capisco persino come i fumetti possano insegnarci qualcosa. Ma in questo posto ci sono docenti ordinari che non leggono altro che le scatole di cereali.
– E’ l’unica avanguardia di cui disponiamo.

Babette parla coi cani e coi gatti. Io vedo macchie colorate con la coda dell’occhio destro. Lei progetta gite sciistiche che non facciamo mai, con il viso illuminato dall’eccitazione. Io salgo a piedi per l’altura fino a scuola, osservando le pietre sbiancate a calce che fiancheggiano i vialetti delle case più recenti.
Chi morirà prima?
Domanda che si presenta di quando in quando, come, per esempio: dove sono le chiavi dell’auto?
Conclude una frase, prolunga uno sguardo tra di noi.
Mi chiedo se il pensiero in sé non partecipi della natura dell’amore fisico, un darwinismo al rovescio, che premii il sopravvissuto con tristezza e timore. O è un elemento inerte dell’aria che respiriamo, una cosa rara come il neon, con un punto di fusione, un peso atomico? La stringevo tra le braccia sulla pista di cenere.

Era mia abitudine formalizzata, di venerdì, dopo una sera passata davanti alla TV, leggere attentamente fino a tarda notte testi di argomento hitleriano.

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